lunedì 26 gennaio 2026

SINESTETICA rubrica di musica e arti visive


 Di Passagrilli Sofia 


 "Impressione, levar del sole" di Monet rappresenta, prima di tutto, la nascita della modernità. Quel sole che sorge non è solo un elemento naturale, ma il simbolo del passaggio dall'arte accademica a quella impressionista: per Monet non conta più la precisione del disegno, ma l'emozione di un istante e l'effetto della luce sull'occhio umano.

Storicamente, l'alba simboleggia anche la rinascita della Francia dopo la guerra franco-prussiana, mostrando un porto di Le Havre laborioso e proiettato verso il futuro. In sintesi, il dipinto rappresenta il trionfo della percezione soggettiva sulla realtà oggettiva, segnando l'inizio di una nuova era per l'intera storia dell'arte.


Il significato profondo risiede nel cogliere l'emozione fugace del momento, piuttosto che una realtà oggettiva, mostrando il porto di Le Havre avvolto nella nebbia e illuminato dal sole nascente. Il quadro, che ha dato il nome all'impressionismo esplora la percezione soggettiva, i riflessi della luce e dell'acqua, e la transizione tra notte e giorno, usando colori caldi e freddi e pennellate rapide per trasmettere la sensazione di un istante irripetibile. 

Immagina di far scorrere le note del brano "Alba" di Ultimo mentre i tuoi occhi si posano su Impressione, levar del sole di Claude Monet.



“L’Alba” secondo ultimo 

La canzone "Alba" di Ultimo è un brano profondamente introspettivo che descrive la necessità di guardarsi dentro per riscoprire la propria parte più pura e autentica.

Il testo immagina un mondo ideale dove le sovrastrutture e i limiti del quotidiano svaniscono, lasciando spazio a una "sana follia" che permette di superare le abitudini e le paure. L'alba, in questo senso, non è solo un fenomeno naturale, ma una potente metafora della rinascita personale: rappresenta quel momento di quiete e lucidità in cui è possibile ricominciare, curando i propri "lividi" interiori e ritrovando il coraggio di emozionarsi senza filtri.

Musicalmente e spiritualmente, il brano segna per l'artista la chiusura di un cerchio e l'inizio di un nuovo percorso, invitando chi ascolta a connettersi con quel "posto lontano" che ognuno ha dentro di sé ma che spesso finisce per dimenticare.

Se ci pensi, tra la musica di Ultimo e questo capolavoro dell’Impressionismo esiste un dialogo profondo, quasi magico.

Nel brano, Ultimo canta di un momento che appartiene solo a lui: "Amo l’alba perché è come fosse solo mia". È una ricerca di intimità e silenzio dopo il caos della notte o delle preoccupazioni. Monet fa esattamente lo stesso nel 1872: non dipinge un porto in modo realistico, ma cattura l’istante esatto in cui il sole, come una piccola sfera arancione, squarcia la nebbia e l'oscurità. È il trionfo della luce interiore sulla confusione del mondo.

Entrambe le opere parlano di rinascita. Quando Ultimo dice di voler "superare i limiti" e guardare oltre ciò che ci frena, sembra descrivere proprio quella pennellata di luce che si riflette sull'acqua nel quadro. In quel riflesso non c'è solo colore, c'è la promessa di un nuovo inizio. L'alba, per entrambi, non è solo un fenomeno meteorologico, ma uno stato dell'anima: è il coraggio di ricominciare da zero, puliti, lontano dai giudizi 

degli altri.


domenica 25 gennaio 2026

MUSICA A KM 0 le migliori proposte musicali giovanili del territorio

 “Ceci n’est pas une guitare”  

l’illusione dello strumento.


Di Laudi Shorena





 Con “Ceci n’est pas une guitare”, il giovane chitarrista Giordano Sforzini, originario di Acquasparta e diplomato al conservatorio Briccialdi di Terni, presenta il suo primo disco, che è prima di tutto una dichiarazione di poetica. Il titolo, citazione diretta e ironica del celebre quadro di Magritte, chiarisce subito l’intento: la chitarra, evocata, negata, decostruita, diventa simbolo di qualcosa di più ampio, l’identità dell’autore. Le tracce esplorano autori del ‘900, come Manuel de Falla, Mario Castelnuovo-Tedesco, Carlo Domeniconi. L’artista utilizza la chitarra come punto di partenza, non come approdo. In molte tracce lo strumento appare frammentato, come se fosse un ricordo piuttosto che una presenza concreta. A rafforzare questa visione c’è una scelta produttiva radicale: il disco è stato registrato e prodotto interamente da Giordano in casa sua. La post-produzione è stata curata insieme al collega Matteo Ammazzalamorte. In un panorama musicale spesso pieno di musica superficiale, “Ceci n’est pas une guitare” sceglie un’altra strada: quella del dubbio e della profondità.  Come il quadro di Magritte, ci ricorda che tra l’oggetto e la sua rappresentazione esiste sempre uno scarto. E che, a volte, è proprio lì che nasce l’arte. Il disco, pubblicato il 21 agosto 2025, è disponibile in tutti gli store online. Spotify: https://open.spotify.com/album/347Dm03daI2DOhsXY3UDVw?si=wvivxieDSCarxwz Instagram: https://www.instagram.com/giordanosforzini?igsh=MXJkNjY5dGFzNXJsYw== 

sabato 24 gennaio 2026

IL CORPO IN ASCOLTO rubrica di arti ed educazione fisica

 La musica come aiuto per il corpo e la mente


di Tommaso Venceslai




Molte persone pensano alla musica solo come a qualcosa che serve per divertirsi o passare il tempo. In realtà, la musica è molto di più: oggi viene utilizzata sempre più spesso come strumento per il benessere fisico e mentale, sia nello sport che nella vita quotidiana.

Durante l’attività fisica, la musica aiuta a trovare il ritmo, a mantenere la concentrazione e a rendere l’allenamento meno faticoso. Correre, camminare, fare esercizi a tempo o stretching con una musica adatta può migliorare la coordinazione e aumentare la motivazione. Non è un caso che molti atleti si allenino sempre con le cuffie: il ritmo delle canzoni aiuta il corpo a muoversi in modo più fluido e costante.

Ma la musica non serve solo per “caricare”. È anche uno strumento prezioso per rilassarsi. Dopo uno sforzo fisico, ascoltare brani lenti e tranquilli può aiutare il corpo a recuperare e la mente a calmarsi. Proprio per questo viene usata anche nella musicoterapia, una disciplina che sfrutta il suono per ridurre stress, ansia e tensioni emotive.

Molte persone ascoltano musica nei momenti difficili della loro vita: per elaborare un lutto, superare un periodo di tristezza o semplicemente per sentirsi meno sole. Altre la utilizzano per concentrarsi, studiare meglio o ritrovare equilibrio interiore. La musica ha la capacità di far emergere emozioni profonde e di dare voce a ciò che spesso non riusciamo a esprimere con le parole.

Anche durante l’allenamento, la musica può avere funzioni diverse: aiutare a mantenere il ritmo, favorire la concentrazione, calmare la mente, oppure permettere di “staccare” dai pensieri quotidiani.

Per questo motivo la musica non può essere considerata solo un passatempo. È un vero e proprio strumento educativo, che mette in relazione corpo e mente. In una società sempre più veloce e stressante, imparare a usare la musica nel modo giusto significa imparare a prendersi cura di sé.

La musica è importante perché non si limita a farci divertire: ci aiuta a stare meglio, a muoverci meglio e a conoscerci di più, soprattutto nei momenti in cui ne abbiamo più bisogno.

BIZZARRERIE rubrica di fatti e personaggi bizzarri della storia

La “macchina tensoria” di Robert Schumann

Di Joy Grifoni





La storia della musica non è fatta solo di capolavori, armonie sublimi e grandi concerti. È anche popolata da esperimenti eccentrici, intuizioni azzardate e vere e proprie bizzarrie nate dal tentativo – talvolta ossessivo – di superare i limiti del corpo umano e della tecnica strumentale. Alcune di queste stranezze hanno aperto nuove strade; altre, invece, sono diventate moniti silenziosi su quanto sottile sia il confine tra genio e autodistruzione

Uno degli esempi più celebri – e tragici – è quello di Robert Schumann. Animato dal desiderio di diventare un pianista virtuoso, Schumann si sottopose a un allenamento intensivo delle dita. Per accelerare il processo, iniziò a utilizzare un dispositivo meccanico, una sorta di macchina tensoria per le dita, progettata per immobilizzare alcune falangi e rafforzarne altre tramite tensione forzata.

L’idea era semplice quanto pericolosa: isolare un dito per renderlo più indipendente e potente. Il risultato, però, fu devastante. L’uso prolungato del dispositivo provocò una lesione irreversibile alla mano destra, probabilmente a carico dei tendini e del sistema neuromuscolare. Schumann dovette così abbandonare per sempre la carriera di pianista virtuoso.

Paradossalmente, da questa rinuncia nacque il compositore che conosciamo oggi: privato dell’esecuzione, Schumann riversò tutta la sua energia creativa nella scrittura musicale. La bizzarria meccanica che gli distrusse la mano contribuì indirettamente alla nascita di alcune delle pagine più intense del Romanticismo.

Schumann non fu un caso isolato. Nell’Ottocento – epoca ossessionata dal progresso, dalla meccanica e dal perfezionamento del corpo – molti musicisti sperimentarono dispositivi ginnici per le mani, molle, leve e marchingegni che promettevano forza, velocità e indipendenza digitale. Alcuni di questi strumenti erano venduti come veri e propri “attrezzi scientifici” per musicisti, anticipando in modo inquietante il concetto moderno di performance optimization.

Oggi sappiamo che molte di queste pratiche ignoravano completamente la fisiologia del movimento, favorendo infortuni, distonie e dolori cronici. Ma all’epoca dominava l’idea che il corpo potesse essere “addestrato” come una macchina, anche a costo di forzarlo oltre i suoi limiti naturali.

Le bizzarrie musicali non riguardano solo il corpo, ma anche gli strumenti. Nel corso della storia sono stati progettati strumenti improbabili, spesso mai realmente utilizzati: pianoforti a più tastiere sovrapposte, archi giganteschi da suonare in piedi, strumenti ibridi tra organo e orchestra meccanica.

Alcuni di questi esperimenti nascevano da autentica curiosità scientifica, altri da un’idea quasi alchemica della musica come forza capace di trasformare l’essere umano. In molti casi, ciò che oggi appare stravagante fu un passaggio necessario per arrivare a una comprensione più matura del suono e del gesto musicale.

Queste storie raccontano un aspetto meno idealizzato della musica: il suo rapporto con l’ossessione, con il controllo e con il desiderio di superamento estremo. La musica, nella storia, non è stata solo espressione artistica, ma anche campo di sperimentazione sul corpo, sulla mente e sui limiti umani.

La macchina tensoria di Schumann ci ricorda che il progresso artistico non passa sempre attraverso l’accumulo di forza o velocità. A volte nasce proprio dalla perdita, dall’impossibilità, dal dover cambiare strada. E forse è anche per questo che la sua musica, fragile e intensissima, continua a parlarci ancora oggi.

In fondo, molte bizzarrie musicali del passato non sono semplici stranezze: sono tracce di un’umanità che ha cercato nella musica qualcosa di più di un suono. Una trasformazione. Un riscatto. O, almeno, una risposta al proprio limite.

A SPASSO NEL TEMPO incontrare piacevolmente la storia della musica

La musica nella storia dell’umanità: da strumento di sopravvivenza a linguaggio universale

 Di Gabriele Nicolardi





La musica accompagna la storia dell’umanità fin dai suoi albori, configurandosi come una presenza costante e trasformativa nelle diverse epoche. Nelle società preistoriche, ben prima della nascita di una consapevolezza estetica, la musica aveva una funzione eminentemente pratica: imitare i suoni della natura e degli animali facilitava la caccia, aumentando le possibilità di nutrirsi e dunque di sopravvivere. In questa fase primitiva, il suono era già un mezzo di relazione con l’ambiente e di adattamento all’esistenza.

Con il progressivo sviluppo delle civiltà, la musica assunse un valore sempre più complesso, fino a essere considerata una vera e propria disciplina scientifica. Nell’antichità classica e nel Medioevo, essa non veniva concepita come semplice espressione artistica, ma come chiave di lettura dell’ordine cosmico. Ne è testimonianza il Quadrivio, il sistema di studi che comprendeva aritmetica, geometria, astronomia e musica: quattro scienze ritenute fondamentali per comprendere la struttura razionale dell’universo. In particolare, la musica era studiata come rapporto matematico tra i suoni, legata all’armonia delle sfere e all’equilibrio del cosmo.

Solo in epoche successive, soprattutto a partire dal Rinascimento e poi con l’età moderna, la musica iniziò a essere riconosciuta prevalentemente come arte, capace di suscitare emozioni e di parlare direttamente alla sensibilità umana. Ciò che oggi percepiamo come evidente – il potere emotivo della musica – nel Trecento non era centrale: allora essa era prima di tutto una scienza dell’ordine e della proporzione. Questa evoluzione dimostra come il significato attribuito alla musica sia sempre stato strettamente legato al contesto storico e culturale.

Nel mondo contemporaneo, la musica svolge anche una funzione sociale e aggregativa. Essa contribuisce alla costruzione di identità collettive, favorisce il senso di appartenenza a gruppi e comunità, e crea legami che spesso diventano duraturi. Accanto a questa dimensione, persiste una funzione antichissima: quella dell’intrattenimento, inteso non solo come svago, ma come occasione di benessere e cura. Dalla musica eseguita nei rituali alle esibizioni nei contesti di fragilità – come ospedali e case di riposo – il suono continua a essere un mezzo per alleviare la sofferenza e rafforzare il tessuto umano.

Un altro elemento centrale nella storia della musica è la condivisione. La musica, anche quando è priva di parole, riesce a comunicare emozioni, stati d’animo e significati profondi che spesso sfuggono al linguaggio verbale. In questo senso, essa si distingue da molte altre discipline artistiche: mentre numerose arti sono costruzioni simboliche elaborate dall’uomo, la musica sembra affondare le sue radici nella natura stessa dell’essere umano, nel ritmo del corpo, nel respiro, nel battito cardiaco.

Non è un caso che pensatori e scrittori abbiano riconosciuto alla musica un valore essenziale per la civiltà. Hermann Hesse affermò: «Per me, un mondo senza Wolfgang Amadeus Mozart sarebbe ancora più povero di un mondo senza Socrate». Questa riflessione sintetizza efficacemente il ruolo storico della musica: non semplice ornamento della cultura, ma elemento fondante dell’esperienza umana, capace di attraversare i secoli adattandosi ai bisogni, alle conoscenze e alle sensibilità di ogni epoca.

OVERVIEW riflessioni antisessiste, antirazziste, antiabiliste, anticlassiste

MUSICA E PROGRESSO

 Di Irizea Alessia Stefania




Credo fermamente che la musica sia uno dei motori più potenti per il progresso, ma credo che la sua efficacia dipenda tutto da "come" la usiamo. Se la guardiamo come un ponte, la musica ha il merito di riuscire a scavalcare i ragionamenti logici per parlare direttamente all'istinto e all'emozione, creando un'unione tra le persone che nessun discorso  potrebbe generare con la stessa velocità. Prendiamo ad esempio il potere della musica nel contrastare il razzismo. Negli Stati Uniti degli anni trenta e quaranta, il jazz e il blues sono stati tra i primi ambiti in cui bianchi e neri si sono ritrovati insieme, sia sul palco che nel pubblico, nonostante le leggi sulla segregazione fossero ancora ferree. In quel caso, la bellezza di un'armonia o il ritmo di un'improvvisazione hanno dimostrato nei fatti che l'integrazione era possibile da molto prima che le leggi la rendessero ufficiale. La musica ha agito come un'avanguardia culturale, preparando un cambiamento che la società non era ancora pronta ad accettare. Tuttavia, il mio unico punto di disaccordo, o meglio di scetticismo, nasce quando la musica smette di essere uno strumento di consapevolezza e diventa un semplice bene di consumo. Se una melodia serve solo a isolarsi nelle nostre cuffie mentre camminiamo per strada, ignorando ciò che ci circonda, allora smette di essere uno strumento sociale e diventa un rifugio individuale. Il miglioramento della società avviene quando la musica ci spinge a guardare fuori, non solo dentro noi stessi. Quindi sì, sono convinta che la musica sia fondamentale, ma penso che il suo valore risieda nella sua capacità di educarci all'ascolto profondo. Quando impariamo ad ascoltare una composizione complessa o una voce che racconta una sofferenza lontana dalla nostra, stiamo “allenando” l’empatia verso l’altro che è l’emblema per cambiare le cose. Penso che integrare il ruolo educativo della musica sia utile per completare questa riflessione, perché è proprio tra i banchi di scuola o nei contesti formativi che la musica smette di essere solo svago e diventa un vera compagna di vita. Se ci pensiamo, studiare musica o suonare in un'orchestra è la metafora perfetta di come dovrebbe funzionare una società ideale: ogni individuo ha la sua voce,unica, ma deve imparare a moderarla, per ascoltare gli altri e a intervenire al momento giusto per contribuire a un'armonia comune. Inoltre a livello cognitivo e umano l'educazione musicale ci abitua a gestire l’ansia: in un mondo che ci spinge verso risposte rapide e superficiali, imparare a comprendere una struttura musicale richiede tempo, pazienza e dedizione. “Educare” le persone alla musica significa fornire loro gli strumenti per decodificare la realtà con più profondità, rendendoli cittadini meno manipolabili. Quando impari a rispettare il silenzio e a valorizzare il contributo di chi suona uno strumento diverso dal tuo, stai imparando le basi del rispetto. Per questo penso che investire nell'educazione musicale non sia un lusso artistico ma è il modo più efficace per coltivare individui capaci di collaborare invece di scontrarsi trasformando la società in un luogo dove la diversità non è un ostacolo, ma la condizione necessaria per creare qualcosa di innovativo. Per finire il valore della musica diventa ancora più evidente quando la osserviamo come strumento di inclusione e riscatto per le persone con disabilità. In questo contesto, la musica smette di essere solo un'arte e si trasforma in un riflesso dell'anima, capace di compensare limiti fisici o cognitivi e di aprire canali di comunicazione che altrimenti resterebbero chiusi. Il suo ruolo sociale , qui, è quello di restituire dignità e voce a chi spesso viene lasciato ai margini. Se guardiamo al passato, già dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli ospedali dei veterani, ci si rese conto che la musica aiutò i soldati traumatizzati o con disabilità fisiche a recuperare funzioni motorie e serenità mentale molto più velocemente di altri metodi. Questo ha dato il via a una comprensione scientifica della musica come stimolo neuronale: il ritmo, ad esempio, può aiutare una persona con difficoltà motorie a regolarizzare il passo, mentre la melodia può attivare zone del cervello legate alla memoria e al linguaggio anche in presenza di gravi patologie. Ma l'aspetto che più mi affascina è quello della partecipazione:suonare in un gruppo permette a una persona con disabilità di passare dal ruolo di "singolo”a quello di "protagonista". Quando un ragazzo con autismo o con sindrome di Down si esibisce sul palco, la percezione del pubblico cambia: non si vede più la disabilità, ma il talento e l'emozione. la musica affascina chi guarda a riconoscere il valore della persona oltre il suo limite, abbattendo le barriere dell’ignoranza e sostituendole con l'ammirazione e il rispetto. Esistono oggi realtà come le orchestre inclusive, dove musicisti professionisti e persone con disabilità suonano fianco a fianco utilizzando anche strumenti tecnologici adattati. Questo dimostra che la società può davvero migliorare se impariamo a cambiare le regole del gioco per permettere a tutti di contribuire. La musica ci insegna che non esiste una nota "sbagliata" in assoluto, ma solo note che devono trovare il loro posto in un sistema ancora più grande. 

MUSIVERBA di Angelo Marolini

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soluzioni https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ZxMfaJhrgYYde6uYGG0Y7IGBYgmaQFp5B5ZdkN2V65g/edit?gid=0#gid=0 

SCATTI SONORI la foto del mese associata ad un ascolto

 FOTO DEL MESE

di Battaglini Stefano


"Un comune albero spirato. Privo di colori particolari, omologo a tanti altri. 

Eppure, il suo essere Vuoto ricolma in noi inanità e rarefazione; 

di ineffabile splendore, resta".




In una fotografia in bianco e nero i rami spogli si intrecciano nel cielo d’inverno. Non c’è foglia, non c’è fiore, non c’è promessa visibile. Eppure, guardandoli, qualcosa vibra. È lo stesso spazio emotivo che si apre ascoltando una composizione di Frédéric Chopin.

Chopin non riempie: sottrae. Come quei rami, lavora per essenzialità. Le sue melodie sembrano nate da ciò che manca, da una perdita già avvenuta, da un silenzio che ha imparato a parlare. Ogni nota è un gesto fragile ma necessario, come un ramo che resiste al gelo nonostante tutto.

Il bianco e nero elimina il superfluo, proprio come la sua musica: resta la struttura, l’ossatura emotiva. Non c’è spettacolo, ma verità. Non c’è rumore, ma tensione. I rami non sono morti: stanno trattenendo la vita. Le note non sono tristi: stanno preparando il ritorno del senso.

In quell’incontro tra immagine e suono si comprende una cosa semplice e profonda: anche quando tutto sembra spoglio, qualcosa sta ancora crescendo. In silenzio. In attesa.


https://youtu.be/7bw22wYLtwI?t=8  




CIVICA-MENTE rubrica di educazione civico-culturale

LA MUSICA COME STRUMENTO UTILE AL MIGLIORAMENTO DELLA SOCIETA'

di Stefano Porcari




Io credo che la musica sia una delle terapie più potenti che esistano.

Personalmente, grazie alla musica, sono riuscito a superare moltissimi momenti di depressione, nei quali mi sembrava davvero che la vita mi stesse crollando addosso. Proprio per questo penso che la musica non sia solo un’esperienza individuale, ma possa diventare anche uno strumento di benessere collettivo e di miglioramento sociale.

Un esempio concreto è quello di Pietro Morello, che utilizza la musica per aiutare bambini kenyoti salvati dalle discariche, luoghi in cui vivono cercando di sopravvivere vendendo materiali come la plastica. Attraverso la musica, questi bambini riescono, anche solo per pochi istanti, a distogliere la mente da pensieri spesso durissimi e a sentirsi liberi e spensierati.

È vero, la musica da sola non risolve problemi così complessi, ma riesce a creare uno spazio di respiro, di dignità e di speranza. Ed è proprio questo il suo valore più grande.

Un’esperienza simile si ritrova anche nel modello educativo El Sistema, ideato in Venezuela nel 1975 da José Antonio Abreu. Questo progetto utilizza orchestre e cori come strumenti di riscatto sociale per bambini e giovani provenienti da contesti svantaggiati, offrendo loro non solo una formazione musicale, ma anche una possibilità concreta di cambiare la propria vita. Nel tempo, questa iniziativa è stata esportata in molti altri Paesi, trasformando il futuro di migliaia di giovani.

La musica può essere anche un potente strumento di pace tra i popoli. Un esempio significativo è il progetto del direttore d’orchestra Daniel Barenboim, che ha cercato di creare un dialogo tra israeliani e palestinesi proprio attraverso l’esecuzione musicale condivisa. In questo caso, la musica diventa un linguaggio universale, capace di unire persone divise da conflitti politici e culturali.

In conclusione, la musica non è solo arte o intrattenimento: è un mezzo educativo, sociale ed emotivo, capace di generare consapevolezza, empatia e possibilità di cambiamento.

INTERVISTA DEL MESE - L'ORECCHIO ASSOLUTO

INTERVISTA A CHRIS HARRISON

Di Kaenelle Alcano e Ludovica De Santis






Kaenelle: Ciao Chris! Partiamo dall’inizio: che cos’è per te l’orecchio assoluto?
Chris: Per me è la capacità di riconoscere immediatamente i suoni, gli accordi e le scale senza bisogno di riferimenti esterni. Quando ascolto una melodia capisco subito quali accordi ci sono e in che tonalità siamo.

Kaenelle: Quando hai scoperto di avere questa capacità?
Chris: Fin dalla prima media. Al primo impatto con la musica mi sono reso conto che riuscivo a riconoscere note e accordi in modo spontaneo, senza studiarli prima. È stato abbastanza naturale, come se il mio orecchio funzionasse così da sempre.

Kaenelle: In che modo ti sei allenato nel tempo?
Chris: Mi esercitavo soprattutto ascoltando musica e osservando gli accordi. Ascolto molto e cerco di capire cosa sta succedendo dal punto di vista musicale: scale, triadi, progressioni… tutto questo mi ha aiutato tantissimo.

Kaenelle: Avere l’orecchio assoluto ti rende più facile leggere un brano a prima vista?
Chris: Non completamente. L’orecchio assoluto non basta da solo per la lettura a prima vista. Per questo gli esercizi di ear training sono fondamentali: aiutano a sviluppare ancora meglio l’orecchio musicale e a collegarlo alla pratica.

Kaenelle: Hai degli obiettivi per il futuro?
Chris: Sì, voglio migliorare sempre di più il mio orecchio musicale. Anche se ho questa capacità, penso che ci sia sempre qualcosa da allenare e da perfezionare.

Kaenelle: Ci sono svantaggi nella vita quotidiana ad avere l’orecchio assoluto?
Chris: No, nella vita di tutti i giorni non ci sono svantaggi. Anzi, per me la musica diventa ancora più interessante.

Kaenelle: È vero che associ i suoni ai colori?
Chris: Sì! Quando ascolto una melodia, associo i suoni a colori e forme. Per esempio, il jazz per me è giallo. Nella musica classica, se il brano è felice vedo colori caldi, mentre se è malinconico percepisco colori freddi.

Kaenelle: Quindi per te la musica è anche visiva?
Chris: Assolutamente sì. Non è solo suono: è un’esperienza completa, fatta di emozioni, colori e immagini.

venerdì 23 gennaio 2026

PSICOMUSICA rubrica di psicologia e neuroscienze musicali

Le piante amano la musica?

Di Sofia Passagrilli



Le piante ascoltano la musica?

Vi è mai capitato di chiedervi se le piante ascoltino o “sentano” la musica?
La risposta, oggi, è sì. E non solo: ne vengono anche influenzate.

Le piante non possiedono orecchie né un sistema nervoso centrale come il nostro, ma sono organismi estremamente sensibili all’ambiente. Percepiscono i suoni sotto forma di vibrazioni meccaniche, e la scienza moderna – in particolare la fisiologia e la cosiddetta neurobiologia vegetale – ha dimostrato che queste vibrazioni vengono tradotte in segnali biologici attraverso meccanismi cellulari sofisticati.

Nelle membrane e nelle pareti cellulari delle piante sono presenti proteine specializzate, chiamate meccanocettori. Quando un’onda sonora colpisce la pianta, genera una lieve pressione fisica che deforma la cellula. Questa deformazione attiva i meccanocettori, i quali aprono specifici canali ionici permettendo il passaggio di ioni, come il calcio, e la propagazione di segnali elettrici. Da qui si innesca una cascata di reazioni biochimiche che informa la pianta della presenza di un suono nell’ambiente.

In modo sorprendente, le piante reagiscono in maniera diversa a seconda delle frequenze. Le vibrazioni a bassa frequenza, comprese tra i 100 e i 500 Hz, risultano particolarmente efficaci: studi hanno mostrato che frequenze intorno ai 200 Hz possono stimolare la crescita delle radici (fenomeno noto come fonotropismo) e accelerare la germinazione dei semi.

Ancora più affascinante è la capacità delle piante di distinguere i suoni naturali. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che una pianta può riconoscere il ronzio di un’ape, reagendo con un aumento rapido della produzione di nettare, oppure il rumore prodotto da un bruco che mastica le foglie, attivando in quel caso difese chimiche tossiche. In altre parole, il suono diventa un vero e proprio segnale informativo.

L’esposizione prolungata a musiche caratterizzate da ritmi regolari e frequenze armoniche può influenzare diversi processi fisiologici:

  • l’assorbimento dei nutrienti e l’efficienza della fotosintesi;

  • lo sviluppo radicale, con radici che tendono a crescere verso la sorgente sonora se le vibrazioni ricordano quelle dell’acqua che scorre;

  • la resistenza allo stress ambientale, aumentando la vitalità generale della pianta.

Quando si dice che le piante “amano la musica”, spesso si pensa a un’idea romantica o poetica. Tuttavia, la ricerca scientifica invita a riformulare la domanda. Le piante non provano emozioni come gli esseri umani, ma rispondono fisicamente alle vibrazioni sonore. Non ascoltano nel senso umano del termine: sentono.

Già all’inizio del Novecento, lo scienziato indiano Jagadish Chandra Bose dimostrò che le piante reagiscono agli stimoli con variazioni elettriche misurabili, suggerendo che il confine tra mondo animale e vegetale è molto meno netto di quanto si sia a lungo creduto. Studi più recenti, come quelli condotti da Monica Gagliano, hanno confermato che le piante sono in grado di percepire vibrazioni specifiche e di modificare il proprio comportamento in risposta a esse.

Queste scoperte cambiano radicalmente il nostro modo di guardare al mondo vegetale. Le piante non sono organismi passivi, ma sistemi dinamici, in dialogo continuo con l’ambiente. Il suono diventa così un ulteriore canale di comunicazione tra la vita e ciò che la circonda.

Forse la vera domanda non è se le piante amino la musica, ma se noi siamo pronti a riconoscere che il suono, come ogni forma di vibrazione, ha effetti reali sulla materia vivente. E se può influenzare una pianta, è ancora più evidente quanto possa incidere su di noi: sul corpo, sulla concentrazione, sull’equilibrio emotivo.

In fondo, la musica non è solo qualcosa che si ascolta.
È qualcosa che attraversa, che modifica, che lascia tracce.
Anche dove non ce lo aspetteremmo.




LE MUCCHE DI MOZART






    Può sembrare una di quelle storie che si raccontano per scherzo, e invece è vera: in alcune aziende agricole la musica di Wolfgang Amadeus Mozart viene fatta ascoltare alle mucche durante la mungitura perché aiuta a produrre più latte.

    All’inizio ci ha fatto sorridere anche noi. Poi ci siamo chiesti come fosse possibile che la musica influenzi un processo così concreto. La risposta non è magica, ma scientifica, e riguarda il funzionamento del cervello e degli ormoni.

    La produzione di latte è legata al rilascio dell’ossitocina, un ormone che si attiva quando l’animale si trova in uno stato di calma e sicurezza. Studi di fisiologia animale mostrano che lo stress e l’agitazione aumentano il cortisolo, che ostacola il riflesso di emissione del latte. Questo meccanismo è ben documentato nella letteratura veterinaria e neuroendocrina, in particolare negli studi di Bruckmaier e Wellnitz (2008) sul ruolo dell’ossitocina nella lattazione.

    La musica entra in gioco proprio come modulatore dello stress. Diverse ricerche hanno osservato che la musica classica riduce i comportamenti di agitazione nelle vacche da latte e migliora la regolarità della mungitura. Un lavoro spesso citato è quello di Albright e Arave (1997), che descrive come stimoli ambientali prevedibili e non invasivi favoriscano il benessere animale e la produttività.

    In particolare, la musica di Mozart sembra avere un effetto più marcato rispetto ad altri generi. Le sue composizioni sono caratterizzate da strutture regolari, armonie chiare e un andamento melodico fluido. Secondo studi di neuroscienze musicali, come quelli di Blood e Zatorre (2001), questo tipo di organizzazione sonora riduce l’attivazione delle aree cerebrali legate allo stress e favorisce una risposta emotiva positiva.

    Osservazioni sul campo, come quelle riportate da Uetake et al. (1997), mostrano che le mucche esposte a musica classica durante la mungitura presentano livelli più bassi di agitazione e una maggiore facilità nel rilascio del latte. L’aumento della produzione non è quindi un effetto diretto della musica, ma una conseguenza del miglior equilibrio neuroendocrino.

    Quello che colpisce è che lo stesso principio vale anche per gli esseri umani. La musica è in grado di influenzare il sistema nervoso autonomo, modulare la frequenza cardiaca e incidere sulla secrezione ormonale. Non a caso viene utilizzata in ambito terapeutico, educativo e riabilitativo.

    Questa storia ci insegna che la musica non è solo un linguaggio artistico, ma un vero e proprio strumento di regolazione fisiologica. Se un brano può rendere più serena una mucca durante la mungitura, forse dovremmo riflettere di più su come i suoni che ci circondano influenzano anche il nostro modo di stare al mondo.

    SINESTETICA rubrica di musica e arti visive

     Di Passagrilli Sofia   "Impressione, levar del sole" di Monet rappresenta, prima di tutto, la nascita della modernità. Quel sole ...